Piede Torto o Equino: Diagnosi e Trattamenti in uso

Il piede torto congenito (PTC) è una condizione ben identificabile già alla nascita, in quanto si manifesta come una deformità visibile e palese a livello delle caviglie e dei piedi, al punto che risultano incurvati e rivolti verso l’interno fino ad un angolo di 90°.

Il piede torto congenito è una condizione poco frequente, colpisce infatti circa 1 neonato su 1000 nati e costituisce, dopo la lussazione congenita dell’anca (condizione con cui si associa spesso), la displasia più frequente dello scheletro. Si tratta di una condizione che colpisce prevalentemente il sesso maschile, con un rapporto 2:1 rispetto al sesso femminile e che quasi sempre si manifesta in forma bilaterale, interessando quindi entrambe le caviglie ed i piedi.

Ma più nello specifico, quali sono ripercussioni di questa condizione? Le ripercussioni del piede torto sono sì estetiche, ma il problema va ben oltre, limitando la mobilità delle articolazioni del piede e della caviglia. Vediamo quindi le articolazioni coinvolte nella condizione di piede torto e le conseguenti limitazioni in base ai movimenti per cui sono strutturate:

  • l’articolazione tibio-tarsica, permette movimenti di flessione che consentono di alzare il piede verso la caviglia, e movimenti di estensione, che permettono di abbassare il piede e distenderlo;
  • l’articolazione sotto-astragalica, che permette l’esecuzione di movimenti di pronazione e supinazione, quindi rotazione verso l’interno e verso l’esterno;
  • l’articolazione medio-tarsica, che consente al piede di eseguire movimenti di abduzione (quindi di rivolgersi verso l’esterno della caviglia), che di adduzione (cioè di rivolgersi verso l’interno della caviglia).

Quante tipologie di piede torto esistono?

Esistono ben 4 differenti forme di piede torto, e senz’altro la più diffusa, costituendo circa il 75% dei casi, è il cosiddetto piede equino, conosciuto anche come piede varo, supinato od addotto. Si tratta di una condizione in cui la posizione del piede assume una iper-flessione plantare superiore ai 90°. Il piede risulta visibilmente rivolto verso la linea mediale del corpo e quindi rivolto verso l’interno. Spesso la causa principale del piede equino è da riportare ad una retrazione, quindi ad un accorciamento, del tendine di Achille.

Le altre forme, minori in termini di percentuali di manifestazione, sono il piede talo-valgo (o pronato), spesso associato al piede piatto, il piede reflesso-valgo ed ancora il piede metatarso-addotto.

Tutte queste forme in genere si presentano come deformazioni presenti bilateralmente, quindi ad entrambi i piedi, tuttavia possono manifestarsi anche monolateralmente.

Quali sono le cause responsabili del piede torto? 

Il piede torto è una patologia multifattoriale, per cui quindi non si riconosce una sola causa univoca, ma la concomitanza di più fattori. Ad oggi vengono distinte una causa idiopatica ed una causa neurologica. Vediamole più nel dettaglio qui di seguito.

  • Piede torto idiopatico: l’ipotesi principale riconduce l’origine del problema ad un malposizionamento del piede durante le fasi dello sviluppo nel grembo materno. Sostanzialmente il piede assume una posizione errata quando si trova ancora all’interno dell’utero e questa condizione permane a seguito della nascita. Questa sembra essere la causa più comune del piede torto, in genere si presenta in forma bilaterale ed in associazione con altre malformazioni genetiche. Fortunatamente nella maggior parte dei casi i trattamenti conservativi danno buoni risultati;
  • piede torto neurologico: è una condizione meno frequente e legata a patologie neurologiche e dello sviluppo del feto. Purtroppo questa forma ha meno risposte positive ai trattamenti.

Come si diagnostica il piede torto?

Come visto in precedenza, il piede torto o equino è una condizione così evidente da essere ben visibile alla nascita, ma ovviamente esistono metodiche diagnostiche che consentono di individuare il problema già durante la gestazione.

La diagnosi pre-natale viene effettuata per mezzo di ultrasuoni quindi sottoponendosi ad un’ecografia mentre risulta del tutto inutile una radiografia perché si evidenziano soltanto le componenti cartilaginee in accrescimento, ma non quelle ossee.

È importante diagnosticare il problema prima della nascita, questo perché permette di impostare le terapie più adeguate in fasi molto precoci consentendo una migliore risposta al trattamento.

A questo punto restano da definire i tratti caratteristici che vengono valutati in fase di diagnosi. Dal punto di vista clinico, oltre alla posizione del piede, si notano delle caratteristiche pieghe cutanee in prossimità del tallone di Achille (che risulta accorciato), il cosiddetto piede cavo che presenta un raggio di curvatura molto accentuato e ipertonia, ossia aumento del volume della muscolatura.

Oltre alla modificazione delle componenti muscolari e tendinee si ha una modificazione anche delle parti ossee: il calcagno risulta addotto, ossia rivolto verso l’interno, si ha sublussazione dell’astragalo e lo scafoide del tarso è disposto in posizione eccessivamente medializzata.

Quali sono i trattamenti in uso? 

In base alle alterazioni anatomiche a carico del piede e della caviglia si definiscono differenti gradi di complessità clinica:

  • grado I, si tratta della forma più lieve, le deformità sono modiche e nella grande maggioranza dei casi la condizione è correggibile;
  • grado II, richiede una correzione manuale di difficile esecuzione e che richiede approfondite conoscenze mediche;
  • grado III, è la tipologia più complessa e più difficile da trattare in quanto si ha deformità tale che il piede poggia sul dorso.

Una volta definiti il grado di entità del problema e le caratteristiche soggettive del bambino, viene impostato il trattamento del piede equino, pertanto, risulta chiaro come quanto prima si giunge ad una diagnosi (diagnosi prenatale), tanto più precocemente si può intervenire.

Il trattamento è di tipo conservativo, attuato per mezzo dell’applicazione di gessi, e solo un secondo luogo, se i risultati ottenuti dalla correzione per gessi non sono ottimali, si ricorre alla chirurgia. Questo tenendo ben presente che però la chirurgia può dare conseguenze negative sulla capacità di deambulazione o complicanze neurovascolari, infettive o necrotiche.

Quanto al metodo conservativo, sono in uso due metodiche: il metodo conservativo di Ponseti ed il metodo francese. Vediamoli più nel dettaglio.

  • Metodo di Ponseti: viene attuato per mezzo di un sistema di gessi che hanno la funzione di modificare le cartilagini e ripristinare il corretto appoggio del piede. I gessi vanno cambiati in base alla crescita del bambino, adeguandosi quindi alle dimensioni crescenti della gamba.
    Questo metodo prevede una fase correttiva, in cui si effettua dapprima una manovra volta a ricondurre la testa dell’osso astragalo nella posizione corretta. Una volta effettuata questa manovra va mantenuta per circa 2 mesi per mezzo di un gesso che verrà cambiato con cadenza settimanale. Questo per accompagnare la crescita del piede. Talvolta, a seconda dei casi, viene allungato anche il tendine di Achille.
    Alla fase correttiva segue quella di mantenimento, utilizzata al fine di impedire una recidiva della problematica. Per il mantenimento viene utilizzato un tutore di Dennis Brow che ha la funzione di stabilizzare la posizione. Questo tutore deve essere tenuto per tutto il giorno e la notte per i primi 3 mesi. A seguire, secondo i tempi stabiliti da un medico specialista, va tenuto soltanto più la notte fino alla risoluzione completa del piede storto.
  • Metodo Francese: molto meno utilizzato rispetto al precedente, prevede manipolazioni e massaggi da effettuare quotidianamente. Questa tipologia si presta soltanto ai casi più lievi.
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Autrice e fondatrice del blog Salutarmente.it. Laureata in Farmacia con lode, da sempre appassionata da tutto ciò che riguarda la salute, l’alimentazione e il benessere.

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