In questo articolo parliamo di:
- Cos’è un attacco di panico
- Cosa scatena un attacco di panico: i meccanismi neurobiologici e psicologici
- Quali sono i sintomi di un attacco di panico
- Attacco di panico o attacco di cuore? Come distinguerli e quando rivolgersi al medico
- Cosa fare durante un attacco di panico
- I fattori che peggiorano gli attacchi di panico (e come evitarli)
- Come prevenire gli attacchi di panico
- Bibliografia
Arriva all’improvviso, spesso senza un motivo apparente. Il cuore accelera, il respiro si fa corto, le mani tremano e si suda intensamente: in pochi secondi si ha la certezza, assoluta e terrificante, di stare per morire o di perdere il controllo. Poi, altrettanto rapidamente, passa. Quello che si è appena vissuto ha un nome: attacco di panico. Secondo i dati del World Mental Health Survey commissionato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e condotto su oltre 142.000 persone in 25 paesi, circa il 13,2% della popolazione mondiale almeno una volta nella vita ha vissuto quest’esperienza, tanto spaventosa quanto “innocua”. È bene ricordare infatti che gli attacchi di panico non rappresentano un pericolo immediato per la salute, almeno non nel breve termine.
Possono però peggiorare la nostra qualità di vita o portare allo sviluppo di fobie. Per questo è fondamentale imparare a riconoscerli, gestirli e chiedere un aiuto professionale.
Cos’è un attacco di panico
Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), il principale riferimento diagnostico in campo psichiatrico, definisce l’attacco di panico come
“un’ondata acuta di paura intensa accompagnata da almeno quattro sintomi fisici o psicologici caratteristici, che si sviluppano rapidamente e raggiungono il picco entro dieci minuti”.
Come chiarisce l’Istituto Superiore di Sanità, non si tratta di una risposta a un pericolo reale: il corpo mette in atto una reazione di allarme massima in assenza di una minaccia concreta, come se il sistema di emergenza interno si attivasse per errore. La paura e il panico sono infatti metodi di sopravvivenza del nostro organismo che ci avvertono di un pericolo e ci hanno permesso, da un punto di vista evolutivo, di essere pronti ad affrontarlo, attivando il sistema nervoso simpatico e la risposta di attacco, fuga o congelamento. Il problema sorge quando questa attivazione è eccessiva o in risposta a stimoli che normalmente non dovremmo considerare pericolosi. Insomma, è utile per evitare un incidente, diventa controproducente e dannosa se si attiva semplicemente per rispondere a un’email. Di norma, un attacco di panico può esaurirsi già nel giro di venti-trenta minuti, raramente supera l’ora. Passato il picco, il corpo si calma, ma spesso rimane una sensazione di affaticamento e disorientamento.
Un singolo attacco di panico non è sintomo di un vero e proprio disturbo: sempre il DSM-5 chiarisce che per una diagnosi di disturbo di panico è necessario che gli attacchi siano ricorrenti e se, per almeno un mese dopo un episodio, la persona vive nella preoccupazione persistente che se ne verifichino altri, oppure modifica significativamente il proprio comportamento per evitare situazioni che ritiene possano scatenarli.
Riprendendo i dati dell’OMS, delle persone che sperimentano un attacco di panico, solo l’1,7% sviluppa un vero e proprio disturbo di panico: meno di una persona su sette.
Cosa scatena un attacco di panico: i meccanismi neurobiologici e psicologici
Nonostante sia così diffuso, i meccanismi biologici che lo governano sono ancora poco conosciuti, ma chiamano in causa zone cerebrali “antiche” come l’amigdala, una parte del cervello che scannerizza l’ambiente e processa informazioni che le arrivano dai sensi anche quando non ce ne rendiamo conto.
L’amigdala è responsabile dell’attivazione del sistema di allarme del nostro organismo, “silenziando”, o meglio, prendendo il controllo a discapito del lobo frontale, la parte razionale e logica del cervello. Quando l’amigdala percepisce un pericolo, non importa che sia fisico, psicologico, reale o immaginario, la risposta è sempre la stessa: attiva una cascata di risposte che coinvolgono l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse HPA) e porta al rilascio di adrenalina e cortisolo. Questi ormoni preparano il corpo a combattere, fuggire o congelarsi: battito e respirazione accelerata, sudorazione intensa e muscoli tesi.
Oltre a cortisolo e adrenalina, sembrano essere coinvolti anche l’acido gamma ammino butirrico (GABA), il neurotrasmettitore “inibitorio” e la serotonina, spesso conosciuta come l’ormone della serenità. Alcune informazioni sul loro coinvolgimento ci arrivano semplicemente dall’analisi dei farmaci, antidepressivi o antiepilettici, che si sono rivelati efficaci nel trattamento del disturbo di panico e che agiscono proprio su questi neurotrasmettitori. Una revisione sistematica del 2024, ha poi
confermato che le persone che soffrono di attacchi di panico mostrano alterazioni nei sistemi GABA-ergico e serotoninergico dell’amigdala, e un’ipersensibilità dell’asse HPA che le rende più reattive agli stimoli stressanti.
Sul versante psicologico, un ruolo importante lo gioca la cosiddetta sensibilità all’ansia e la tendenza a interpretare le sensazioni corporee come pericolose. Chi teme le palpitazioni perché le associa a un infarto, o chi interpreta il senso di testa leggera come segnale di uno svenimento imminente, è più vulnerabile agli attacchi di panico.
Quali sono i sintomi di un attacco di panico
Facendo sempre riferimento al DSM-5, è possibile identificare ben tredici sintomi di un attacco di panico.
Sintomi fisici
I più comuni e riconoscibili sono:
- palpitazioni o tachicardia: il battito cardiaco accelera e a volte batte in modo irregolare;
- sudorazione spesso fredda e improvvisa;
- tremori o sensazione di tremore interno;
- sensazione di mancanza di respiro o soffocamento;
- dolore o fastidio al petto;
- nausea o disturbi addominali;
- vertigini, sensazione di instabilità o di testa che gira;
- brividi o vampate di calore;
- formicolii o intorpidimento (parestesie), spesso a mani e piedi.
Sintomi psicologici
Accanto ai sintomi fisici, l’attacco di panico si accompagna quasi sempre a sintomi psicologici particolarmente intensi come:
- derealizzazione: la realtà intorno appare distante, irreale;
- depersonalizzazione: la sensazione di essere distaccati dal proprio corpo;
- paura di perdere il controllo o di impazzire;
- paura di morire, spesso innescata dai sintomi fisici stessi.
Sono spesso presenti pensieri catastrofici come: “sto per morire”, “sto per svenire”; “sto perdendo la testa”; “sto avendo un attacco di cuore”. Concentrarsi su queste sensazioni e pensieri instaura un circolo vizioso che aumenta a sua volta i sintomi fisici.
Attacco di panico o attacco di cuore? Come distinguerli e quando rivolgersi al medico
Una delle preoccupazioni maggiori riguardo all’attacco di panico è che i sintomi fisici, soprattutto dolore al petto e formicolio, assomigliano a quelli di un attacco di cuore. Come anticipato, un attacco di panico non ci mette in pericolo di vita, ma è bene imparare a distinguerlo una reale emergenza medica.
L’American Heart Association e la letteratura clinica indicano alcune differenze utili da tenere presenti:
- l’insorgenza: l’attacco di panico arriva in maniera improvvisa e spesso senza una causa scatenante; un attacco di cuore può sì essere improvviso, ma anche a comparsa graduale e spesso durante uno sforzo o una situazione di stress intenso;
- il dolore al petto: nell’attacco di panico è oppressivo, come se si sentisse un peso sul cuore; mentre per l’attacco di cuore è costrittivo e spesso si irradia anche a braccia, mascella e spalle;
- la durata: un attacco di panico dura circa 20-30 minuti e migliora con il riposo ed esercizi di rilassamento, mentre l’attacco di cuore non si risolve spontaneamente
- l’età: più comune l’attacco di panico in giovani adulti, mentre quello di cuore è più diffuso dopo i cinquant’anni.
In caso di dubbio, è corretto agire come se si trattasse di un’emergenza cardiaca, soprattutto se i sintomi sono particolarmente intensi e non regrediscono.
È bene tenere a mente, inoltre, che alcuni disturbi, sia psicologici che metabolici, possono presentare sintomi simili a quelli di un attacco di panico o aumentare il rischio che ne compaia uno: parliamo di depressione, ansia, disturbo da stress post traumatico, ma anche disturbi respiratori, cardiaci, disfunzioni tiroidee, la sindrome dell’Intestino Irritabile e alcune forme di epilessia. È quindi sempre consigliabile rivolgersi a un medico per valutare bene la situazione ed effettuare una diagnosi più mirata.
Cosa fare durante un attacco di panico
Una delle cose da ricordare durante un attacco di panico è che non bisogna combatterlo: paradossalmente, cercare di sopprimere il panico lo intensifica. Ci sono molte tecniche che possono aiutare ad attraversarlo e tutte puntano al rilassamento e, in generale alla “distrazione” dall’attacco di panico, intesa come spostamento dell’attenzione dall’attacco alla realtà che ci circonda.
Tecniche di regolazione fisiologica
L’obiettivo è “rallentare” il sistema nervoso autonomo tramite la respirazione, strategia confermata anche dalla recente letteratura scientifica. In una metanalisi del 2023 è stata infatti evidenziata l’efficacia della respirazione lenta (circa 5-6 respiri al minuto) e diaframmatica nell’attivare il sistema nervoso parasimpatico e ridurre la frequenza cardiaca e la risposta allo stress. Una tecnica semplice da applicare è la seguente:
- Inspirare lentamente dal naso contando fino a 4;
- Trattenere il respiro per 1–2 secondi;
- Espirare lentamente dalla bocca contando fino a 6;
- Ripetere per almeno cinque minuti.
Un’altra tecnica di respirazione, che attiva anche il livello cognitivo, prevede di sedersi comodamente e inspirare lentamente dal naso immaginando di gonfiare un palloncino nella pancia; aspettare qualche secondo e poi espirare lentamente dalla bocca finché il palloncino è vuoto. Anche in questo caso l’esercizio andrebbe ripetuto per almeno cinque minuti.
Tecniche di grounding
Le cosiddette tecniche di grounding, dall’inglese “radicamento”, hanno l’obiettivo di spostare l’attenzione dall’attacco di panico e “radicare” la persona nel presente e nell’ambiente che la circonda. Si può provare a contare all’indietro da 100, cantare il testo di una canzone o recitare una poesia ad alta voce, o immaginare un luogo in cui ci si sente al sicuro.
Ma la tecnica più famosa è forse la 5-4-3-2-1. Ci si siede e si focalizza l’attenzione su:
- 5 cose che si possono vedere
- 4 cose che si possono toccare
- 3 cose che si possono sentire
- 2 cose che si possono annusare
- 1 cosa che si può gustare
Ristrutturazione cognitiva
Il National Health Service britannico consiglia alcuni frasi di ristrutturazione, dette anche “coping statements”:
- “L’ansia e il panico non sono pericolosi”
- “Ci sono passato prima, posso farcela anche adesso”
- “Tutti hanno avuto un attacco di panico nella vita”
- “La paura è solo un metodo di difesa, non può farmi male”
I fattori che peggiorano gli attacchi di panico (e come evitarli)
I fattori che possono scatenare o aggravare un attacco di panico si dividono in due categorie: quelli legati allo stile di vita e al corpo, e quelli legati ai pattern di pensiero. Riconoscerli è il primo passo per non alimentarli inconsapevolmente.
Fattori fisici e comportamentali
Caffeina, alcol e fumo: tutte e tre le sostanze alterano il sistema nervoso autonomo. La caffeina e la nicotina possono aumentare la frequenza cardiaca e aggravare l’ansia o un attacco in persone predisposte. L’alcol, pur sembrando inizialmente rilassante, disturba il sonno e aumenta i livelli di ansia di base.
Esaurimento fisico e la privazione del sonno: uno stato di affaticamento cronico abbassa la soglia di tolleranza allo stress e rende il sistema nervoso autonomo più reattivo. Un corpo già sotto pressione ha meno risorse per gestire le scariche di adrenalina associate all’attacco.
Comportamenti di evitamento: evitare sistematicamente le situazioni in cui si è avuto un attacco (supermercati, mezzi pubblici, spazi aperti o chiusi) porta nel tempo a una progressiva restrizione della propria vita e può favorire lo sviluppo dell’agorafobia. A breve termine l’evitamento abbassa l’ansia, ma a lungo termine la rinforza, perché conferma al cervello che quelle situazioni sono effettivamente pericolose.
Comportamenti di sicurezza: aprire le finestre appena si entra in una stanza per essere sicuri di riuscire a respirare bene, cercare sistematicamente la vicinanza a un’uscita, appoggiarsi a qualcuno di fidato per qualsiasi spostamento. Pur comprensibili, anche questi comportamenti mantengono attivo il messaggio di pericolo e impediscono al cervello di imparare che la situazione è gestibile.
Fattori psicologici e cognitivi
Disturbo d’ansia: un livello elevato di ansia generalizzata mantiene il sistema nervoso in uno stato di attivazione cronica, abbassando la soglia per un nuovo attacco.
Overthinking (o rimuginio): la tendenza a rimuginare su scenari negativi futuri mantiene il cervello in uno stato di allerta prolungato, sotto una minaccia costante anche in assenza di un pericolo reale.
Catastrofizzazione: interpretare automaticamente ogni sensazione fisica come il segnale di qualcosa di grave è uno dei meccanismi più documentati nell’innesco degli attacchi, generando un circolo che si autoalimenta: una palpitazione viene letta come segnale di infarto imminente, il livello di allarme sale, il cuore accelera ulteriormente, e l’interpretazione catastrofica viene “confermata”.
Body monitoring: controllare continuamente il battito cardiaco, monitorare il respiro, sono segnali di ipervigilanza controproducenti, perché più ci si concentra su una specifica sensazione, più il cervello potrebbe percepirla come intensa e minacciosa.
Come prevenire gli attacchi di panico
Che si tratti di un vero e proprio disturbo di panico o di episodi occasionali, esistono strategie preventive particolarmente utili. In primis, la terapia cognitivo comportamentale (CBT), che vanta le migliori e più solide evidenze cliniche di successo. Uno studio pubblicato su BMC Psychiatry ha seguito i progressi dei pazienti dai 12 fino a 31 anni dalla fine del trattamento, mostrando come il 98% di chi aveva seguito un percorso di CBT manteneva una riduzione del 50% dei sintomi e degli attacchi, anche a distanza di decenni.
Uno dei motivi per cui la CBT funziona è proprio che agisce direttamente su quasi tutti i meccanismi descritti nel paragrafo precedente. Sul fronte dell’evitamento, la tecnica centrale è la terapia di esposizione graduale, in cui il paziente affronta progressivamente, in un contesto sicuro e guidato, le situazioni temute. Riuscire a gestire quella situazione, dimostra al cervello che non è pericolosa, indebolendo progressivamente la risposta di allarme. La CBT lavora anche sui comportamenti di sicurezza, identificandoli e aiutando il paziente a rinunciarvi gradualmente. Infine, agisce sui pensieri catastrofici, insegnando a riconoscerli e ristrutturarli, in modo da imparare a valutarli in modo più realistico.
Un ulteriore approccio, che può essere seguito in autonomia o in associazione alla CBT è la mindfulness, una pratica che agisce principalmente sulla consapevolezza portando l’attenzione al momento presente senza giudicarlo. Come per la CBT, la ricerca scientifica sta raccogliendo informazioni sempre più solide e complete sull’efficacia della mindfulness nel prevenire ricadute di attacchi di panico e nel gestire l’overthinking.
Un ruolo importante è rivestito anche dallo stile di vita: fare attività fisica in maniera regolare può aiutare ad abbassare i livelli basali di cortisolo, che abbiamo visto essere coinvolto nella risposta dell’attacco di panico, e ridurre anche le sensazioni fisiche legate all’ansia. Fondamentale anche avere una buona igiene del sonno, dormendo regolarmente e a sufficienza, per evitare di stressare ulteriormente il sistema nervoso.
Infine, quando necessario, il medico può considerare il ricorso ad alcuni farmaci che si sono dimostrati efficaci nel gestire il disturbo da panico, come antidepressivi o alcuni antiepilettici, integrati al percorso di psicoterapia.
Bibliografia
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